Sono fermamente convinto di essere stato imprintato da un cane, la mia compianta mamma non me ne voglia, ma da quando ho aperto gli occhi ad ora ho vissuto e condiviso la gran parte della mia vita e del mio tempo libero e non con i cani. Con il passare degli anni mi sono dedicato completamente ai cani da caccia in genere, per poi indirizzarmi quasi esclusivamente vero la disciplina del recupero degli ungulati feriti, cani da traccia quindi.
Ormai da diversi anni sono diventato esperto giudice internazionale ENCI per cani da traccia e Limiere ho quindi la possibilità di girare per l’Italia e l’Europa a giudicare prove di lavoro, tutto ciò mi permette, oltre a confrontarmi con altre realtà e persone, di vedere tanti cani, metodologie di lavoro e sistemi di addestramento diversi.

Ho avuto tanti cani da caccia e tutti mi sono rimasti nel cuore, ma lo sguardo di un Hannoveriano ti penetra, ti affascina, ti entra dentro, ti stimola a lavorare, è sorprendente come questi cani abbiano una facilità incredibile di apprendimento. Il recupero degli ungulati feriti è una disciplina particolare, si crea un feeling e una complicità unica con il tuo cane, ci deve essere una divisione di ruoli chiara ed importante dove le due parti devono operare sempre con la massima concentrazione, pena, brutte figure e il fallimento della ricerca.
Con una lunga in mano si assaporano tutte le sottili sfumature del lavoro del cane, un lavoro fatto di complicità, di emozioni, speranze, paure, dialoghi taciti, ma continui con il tuo cane. Qualunque attività cinofila e in particolare di cinofilia venatoria è bella, ma credo che questa sia una delle più complete e appaganti. In questa disciplina è d’obbligo vivere un rapporto intenso di 365 giorni l’anno con il nostro ausiliare.
Per molti, quest’attività fino a qualche decennio fa era pressoché sconosciuta, in realtà il cane da traccia era già diffuso nell’antichità, molto probabilmente poco pubblicizzato. I ferimenti di animali selvatici erano considerati una nota stonata nella fastosità delle cacciate nobiliari dell’epoca, il recupero quindi della pur nobile selvaggina veniva effettuato senza clamori e come atto dovuto, relegato ai valletti e conduttori di secondo piano.
Le prime notizie di cani da traccia o “chien de rouges” le troviamo intorno al 1300 in Francia e successivamente in Germania. In quell’epoca, come nel resto dell’Europa, le armi utilizzate per le grandi battute di caccia alla grossa selvaggina erano principalmente archi e balestre, armi che causavano un alto numero di ferimenti. La fauna che già allora era considerata un importante risorsa non poteva in nessun modo andare dispersa, era quindi necessario trovare il modo per evitarne lo spreco. Quale sistema migliore quindi di utilizzare cani particolarmente addestrati e di grande fiuto? Nel 1379 Henri de Ferrieres, nel 1387 un altro scrittore Francese, Gaston Phèbus (Libro sulla caccia) e Pietro de Crescenzi intorno al 1534 (“trattato d’agricoltura”) parlano di cani, particolarmente addestrati che venivano utilizzati per la ricerca degli animali feriti durante le azioni di caccia. Questi cani erano in grado di seguire con precisione le tracce lasciate dagli animali anche dopo diverse ore dal ferimento, ma cosa molto importante, non si lasciavano distrarre da emanazioni di diversi animali e specialmente da quelle di altri animali morti trovati sulla traccia. Cani quindi dotati di un grande potere olfattivo, ma anche di una grande concentrazione.
Il cane da traccia moderno, non solo deve recuperare animali morti a distanze variabili dall’anschuss (il punto di ferimento), ma per essere completo ed efficiente deve, nel caso in cui l’animale sia solo ferito e quindi in movimento, inseguirlo con insistenza trasformarsi in perfetto segugio, con una buona sonorità di voce, senza timori fino al bloccaggio del fuggitivo con un deciso abbaio a fermo in attesa del conduttore. Il fermo deve essere coraggioso, ma senza rischiose aggressività. A volte gli inseguimenti, specialmente sul cervo, possono raggiungere una decina di chilometri. Un cane da traccia deve essere in grado di fare tutto questo in modo ottimale.
In considerazione del compito che il cane da traccia è chiamato a svolgere, anche la preparazione di un soggetto da lavoro dovrà essere molto particolareggiata e precisa. I sistemi di addestramento, negli ultimi anni sono molto cambiati, si sono evoluti, è fondamentale creare con il proprio ausiliare un rapporto di fiducia reciproca, risulta quindi necessario che il conduttore sia paziente, calmo, che abbia basi importanti di cinofilia, che conosca diversi sistemi di addestramento da utilizzarsi a seconda del soggetto che si ha di fronte. Molto importante la conoscenza di metodi di stimolo alternativi per invogliare il cane alla ricerca di una pista fredda, non obbligatoriamente traccia di sangue, che a volte invece viene fatta ripetere fino all’inverosimile con il rischio di stancare il cane creando pericolosi rifiuti. Altrettanto importante l’educazione di base, il terra, il seduto, il resta, la correttezza alla vista della selvaggina ecc. Un cane educato è fondamentale in tutte le discipline cinofile, specialmente la nostra. Io con i miei cani inizio il lavoro fin dai primissimi mesi di vita. Stimolando la ricerca olfattiva, intervallando le brevi, ma frequenti sedute giornaliere con il gioco ed il divertimento, attivando e richiamando l’istinto predatorio, impostando un addestramento specifico che tenga conto delle motivazioni individuali del soggetto. I programmi di lavoro devono sempre tenere conto dell’età del cane, dei suoi limiti di concentrazione, del suo temperamento, non bisogna mai correre il rischio di stancarlo chiedendogli impegni e responsabilità maggiori di quelli che può dare. Obiettivo finalizzato a portare il cane ad una preparazione adeguata che gli permetta, intorno all’anno di età, di superare una prova di lavoro ENCI specialistica per cani da traccia, per poter intraprendere la carriera di “cane da recupero”, ricordando sempre che i nostri non sono cani da prove, ma cani da lavoro!

Antonio Zuffi