Prendo spunto dal periodo di blocco forzato che stiamo vivendo per colpa del Covid-19 per affrontare il tema dei cani da caccia che non hanno modo di esprimere la loro indole come sarebbe invece opportuno.
L’argomento sta diventando di attualità anche tra gli educatori cinofili di base o addestratori di altre discipline che organizzano workshop o giornate formative per proprietari al fine di proporre attività alternative alla caccia. Non entro nel merito di queste iniziative, né delle competenze di colleghi che non conosco personalmente, intendo invece parlare secondo quella che è la mia esperienza personale maturata assieme ai cani da caccia negli ultimi otto anni. Esperienza che in questo periodo di clausura ha trovato diverse conferme.
Ad oggi, fine Aprile 2020, siamo ormai obbligati a stare a casa, e con noi i nostri cani, da due mesi, conseguentemente sono state sospese tutte le sessioni di addestramento e la possibilità di uscire anche solo per correre. Tutto questo è stato sostituito dalla permanenza nei box, nei cortili, in casa e da brevi passeggiate al guinzaglio.
I miei cani, due Beagle,una Segugia Italiana e due Segugi Maremmani, hanno iniziato a patire la situazione di fermo dopo un paio di settimane dall’inizio del confinamento, ma intrattenendoli con giochi di ricerca, esercizi di attivazione mentale e portandoli a spasso al guinzaglio, sono riuscita a mantenere il loro arousal ad un livello medio per circa un mese e mezzo. Diciamo in uno stato di equilibrio accettabile.
Gli effetti negativi della compressione che stanno vivendo hanno iniziato a manifestarsi in modo inequivocabile all’incirca dal quarantacinquesimo giorno in poi.
Cosa intendo per effetti negativi? Segnali di stress e di deviazione delle attitudini, con necessità di dare sfogo alla propria indole per trovare benessere psico-fisico. Alcuni cani mangiano erba in maniera compulsiva, talora masticano sassi. I due maschi cacciano uccellini e lucertole. Una delle femmine caccia le mosche. Tutti abbaiano più di quanto non facessero in precedenza e ogni volta che escono al guinzaglio tirano sempre di più, ansiosi di poter di nuovo correre.
Ciò non può che confermare che le attività alternative alla caccia possono essere un valido supporto, ma solo temporaneo e/o concomitante all’addestramento o all’attività venatoria vera e propria.
I cani tenuti usualmente in box, specialmente quelli giovani, per tutto il periodo intercorrente tra la chiusura della caccia e la sua riapertura possono manifestare comportamenti distruttivi, di scavo o autolesionistici, se non addirittura di fuga. Ma questo è una questione che ci sposta dal nostro discorso.
Il concetto che qui mi preme far passare è che chi adotta un cane intriso di spirito venatorio, senza essere cacciatore, deve essere consapevole del tipo di rapporto che può instaurare con l’amico peloso.
Talora mi sono sentita chiedere se liberare il cane in campagna, in montagna o comunque in un ambiente naturale possa essere una valida alternativa per sfarlo sfogare. Il punto non è questo, cioè far sfogare il cane così per una settimana non rompe le scatole e fa il cane da compagnia. Il punto è che tipo di rapporto si vuole avere con questo quadrupede che sogna fagiani, lepri e cinghiali.
Purtroppo molti colleghi sollecitano i proprietari a liberare i cani in natura, ma è un comportamento irresponsabile. Non solo si possono fare danni alla fauna selvatica, specialmente nei periodi di riproduzione, ma si può anche mettere in pericolo il cane.
Se i cacciatori sono vincolati da norme che indicano i periodi di addestramento in cui sciogliere i cani così come le zone dove farlo, non si capisce perché un comune cittadino non lo debba essere, tanto più che quest’ultimo, in media, non conosce il comportamento del cane sul selvatico e non sa, conseguentemente, gestirlo.
Poiché però queste mie considerazioni vengono, talora, prese con scetticismo da chi non pratica la caccia e pensa che i boschi siano solo luoghi incantati, torno alla domanda iniziale che, ne sono certa, interessi tutte le persone sensibili che decidono di adottare un cane come compagno di vita.
Dunque, che tipo di rapporto si desidera avere con questi cani?
La risposta è sicuramente un bel rapporto, di intesa, di condivisione, di fiducia. Benissimo, questo è decisamente possibile, però (ed è un però imprescindibile) bisogna avvicinarsi alle esigenze del cane, conoscere come ragiona un segugio, un setter, un bracco, uno springer. Bisogna saper prendere parte al suo mondo ed essergli complice. Questo non significa dover prendere il fucile ed andare a caccia, ma neppure credere che una pallina possa sostituire una quaglia per sempre.
Lasciarli liberi di “cacciare” senza di noi, per quanto sia uno sfogo, ci esclude automaticamente dalla parte migliore di loro, dalla passione che li anima, dalla loro vita interiore. Una lepre vince su di noi 10.000 a 1 e, se si agisce così, non resterà che aspettare che ritornino da noi, dispensatori di cibo e di qualche carezza. Ci saranno affezionati, sì, ma mancherà sempre qualcosa al nostro rapporto.
Adottare un cane da caccia, pur non essendo cacciatori, può essere un’esperienza meravigliosa. Il cane saprà condurci in luoghi a noi sconosciuti e ci farà sperimentare un altro modo di vivere la natura, ma in cambio noi dobbiamo assumerci delle responsabilità. La prima è quella di conoscere le attitudini del nostro compagno canino, la seconda di permettergli di esprimerle in sicurezza, la terza di farlo assieme a noi nel rispetto dell’ambiente, in zone, campi e recinti deputati all’addestramento. Soltanto in questo modo, potremo essere amici sino in fondo.

(Fotografia di Alessandro Corsi)